12 aprile 2015

Keeping tensions up: a reflexive analysis of the (strategy)-making-of Dolomiti Contemporanee, short-paper coautorato da Maria Lusiani (Maclab, Cà Foscari) e Gianluca D’Incà Levis, che è stato accettato al call for papers EGOS 2015
 (Sub-theme 30: Fostering Change for Responsibility: Forms of Reflexivity in Engaged
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18 marzo 2015

qui di seguito, un’intervista di luciana apicella a gianluca d’incà levis, nella quale il curatore di dolomiti contemporanee (DC) si sofferma su diversi aspetti fondamentali della pratica culturale del progetto, e sul significato dei processi artistici e rigenerativi intentati. a questo link, una riduzione del testo integrale dell’intervista, pubblicata su il fatto quotidiano a marzo 2015. Dolomiti Contemporanee: l’arte come impresa funzionale, che riapre i siti industriali dismessi, e ripensa la montagna e il territorio come un perenne cantiere di stimoli. LA: Come e quando nasce l’idea di Dolomiti Contemporanee? GDIL: Dolomiti
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31 ottobre 2014

Qui l’audio integrale della conversazione tra gianluca d’incà levis e marc augè dal titolo L’uomo è il territorio, inserita in Paesaggi Contemporanei, Forni di Sopra, 17 agosto 2014. Qui, scaricabile, la trascrizione della conversazione.L’evento è stato promosso dalla Provincia di Udine. foto: L.
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Itre: Viti fra le Nuvole. Un progetto coraggioso, che può crescere, che va sostenuto. Un problema a Vodo.


1. Prologo, per chi non ci conosce: chi siamo, come agiamo, perché parliamo.

Dolomiti Contemporanee: un progetto di valorizzazione, rigenerazione, cultura, arti, territorio, fiducia, reti.

Dolomiti Contemporanee (DC) è un progetto nato nel 2011 nelle Dolomiti Bellunesi, che negli anni ha operato alla valorizzazione e rifunzionalizzazione di una ventina di siti problematici nel contesto dolomitico, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.

L’idea alla base della pratica è questa: alcune ingenti risorse territoriali (siti o manufatti abbandonati o depressi, ambiti territoriali depotenziati, aree marginalizzate), per diversi motivi oggi sottoutilizzate o spente, vanno rigenerate.
E’ necessario farlo.

E’ una questione di opportunità e attenzione.
E’ una questione di volontà e responsabilità, politica e culturale.
E’ una questione di cura e di presenza.
E’ anche una questione di visione, rispetto alla rigenerazione e, più in generale, rispetto alla montagna stessa, alla sua identità complessa, al suo presente e futuro.
Al fatto che la montagna, spesso, è ferma come un sasso: mentre invece l’uomo deve muoversi, e costruirli, i propri paesaggi, ogni giorno, bene ed avvedutamente: con le idee e con la pratica.
Ed è, ancora, una questione di approccio, e una ricerca di definizione di cosa siano e di come possano correlarsi funzionalmente cultura e arte e territorio, e un test: possono idee, arti e cultura diventare strumenti operativi funzionali, strumenti efficaci e utili per riprocessare i potenziali territoriali, per riaccendere la risorsa latente, che può tornare ad essere utile?
O sono essi essenzialmente  dispositivi decorativi, superflui?
E’ poi, anche, una questione di idea, di progetto e di metodo: si vuol farlo?
Allora bisogna saperlo fare.
Un po’ come la coltivazione di una terra, di una vigna, diciamo.

Siti dimenticati, o gravati da criticità e problematiche complesse, vengono coltivati e riattrezzati da DC attraverso una serie di dispositivi operativi legati al contemporaneo.

Concediamo dunque una definizione di contemporaneo: eleborazione proiettiva e rinnovativa della potenzialità dei beni disponibili (beni ambientali, culturali, storici, di patrimonio, d’idea), obiezione consapevole ai meri retaggi fisici e fisiologici, alle essenze acritiche, alla visione stagnante, alla reazione culturale.
Potremmo anche dire: contemporaneo è il pensiero attento, libero e vivo, insieme con le sue pratiche.

In tal modo ridefiniti nell’essenza e nella funzionalità, questi siti diventano centri innovativi della produzione culturale e artistica e della cultura del paesaggio. Centri propulsivi, la cui azione si irradia al territorio, e fuori da esso.

La tipologie di interventi e di focus su questi Beni spenti sono differenziate e molteplici.
Su alcuni di essi, si accendono piattaforme strategiche strutturali, e si manovra su tempi lunghi, alle volte per alcuni anni. Le piattaforme sono comunque uno strumento temporaneo, si opera alla riconfigurazione del bene attraverso una modalità trasformativa che conduce alla rivalutazione del suo potenziale, intatto ma inerte.

La credibilità culturale e scientifica guadagnata dal progetto DC, negli àmbiti legati al Paesaggio, alla Rigenerazione del Patrimonio, dell’Archeologia Industriale, alle buone pratiche e alla ricerca, alla cultura d’innovazione e dell’arte contemporanea, è ampia.

Il progetto è molto noto, sia a livello locale che nazionale.
Numerose e importanti anche le collaborazioni e i progetti di respiro internazionale.

Ma il lavoro di base, il primo lavoro, si fa sul territorio, dentro ai siti abbandonati o sepolti, che, attraverso l’Istituto della Residenza, e un grande lavoro di interconnessione tra soggetti eterogenei, tornano ad essere abitati, e quindi agiti dall’interno.

La logica trasformativa che anima il processo di riuso li porta a divenire dei catalizzatori territoriali.

E’ solo vivendo al loro interno infatti, che è possibile comprenderne la natura, le caratteristiche, il valore reale: per riflettere correttamente su di esso, e per riattivarlo.

Ed è vivendo in questo territorio, che è possibile strutturare le reti locali, che sono il primo fulcro dell’architettura che sostiene il sistema, che è sperimentale, vasto e complesso.

Il rapporto con gli enti territoriali, i Comuni, gli enti, le comunità e le persone, è quindi centrale, è la base della pratica.

A partire dal 2011, abbiamo progettato e lavorato nei Comuni di Belluno, Quero-Vas, Erto e Casso, Sospirolo, Taibon Agordino, Rivamonte agordino, Livinallongo del Col di Lana, Cortina d’Ampezzo, Zoppè di Cadore, Borca di Cadore, Pieve di Cadore, San Vito di Cadore, Pordenone, Forni di Sopra, Malnisio, Tambre d’Alpago, avviando relazioni con centinaia di partner, pubblici e privati.
Abbiamo progettato e lavorato poi in molte altre città e parti d’Italia, e all’estero.

Oggi sono quasi 500 i nostri partner (qui alcuni di essi), e più della metà vengono dal territorio.

Aziende, ditte, fabbriche, amministrazioni, enti locali, partecipano di questo processo, fornendo ad esso una parte di ciò di cui esso abbisogna: materiali, supporto alla realizzazione delle opere d’arte e alla gestione dei siti, ma prima ancora: fiducia, collaborazione, e relazioni aperte.

Essi lavorano, insieme a noi, in un contesto intersettoriale, nel quale trovano posto i partner culturali, artistici, legati alla ricerca e alla produzione, come Università, Fondazioni, Musei e Centri culturali, Accademie di Belle Arti, enti di sviluppo territoriale, Ministeri della Cultura ed altri soggetti internazionali, etcetera.
Essi stessi contribuiscono dunque a generare questo paesaggio aumentato: perchè la terra è fatta di cose fisiche, e quindi delle idee e delle persone che capiscono le cose fisiche, e quindi delle azioni che trasformano le cose fisiche in beni e usi e cure e pratiche: ovvero in cultura e sviluppo.
La cosa più importante, ovviamente, sono le idee: le buone idee. Le cose infatti ci sono già: ma spesso non bastano a loro stesse (e quindi nemmeno a noi).
Le cose possono essere ferme, invisibili, inchiodate.
Sono le idee a muovere le cose, e quin di, in qualche misura, a farle.
In questo senso, senza alcun dubbio, le idee sono più importanti delle cose.

Quando, nel 2014, siamo giunti in Cadore, accendendo Progettoborca, che è la piattaforma di rigenerazione sull’ex Villaggio Eni di Corte a Borca di Cadore, abbiamo cominciato a intessere una rete anche qui.

Le reti locali ci consentono di condividere la progettualità, ampliandone lo spettro, e impedendo che essa si manifesti come una pratica esclusiva: la pratica è invece inclusiva.

Mentre noi diamo al territorio la nostra idea politica e culturale di risveglio e buona gestione della risorsa, il territorio ci dà la sua forza (beni, risorse, condivisione degli obiettivi, collaborazione, lavoro, partecipazione).

La corrispondenza è dunque biunivoca: nessuno regala alcunchè. Non esistono sponsor per noi, esistono i partner.
Si condivide l’obiettivo della rigenerazione, si lavora insieme.

2. Itre – nascita di una collaborazione con Dolomiti Contemporanee: cosa ci accomuna a Viti fra le Nuvole.

Ogni volta che incontriamo un buon progetto, che in qualche modo condivide il carattere innovativo di sperimentalità e ricerca che contraddistingue gli approcci generativi e rigenerativi, e che può creare dunque una cosa nuova, portando crescita e sviluppo al territorio, attiviamo volentieri partnership e collaborazioni.

Senza la ricerca e la sperimentazione, il territorio è fermo, e anche l’uomo.

Dato che ci occupiamo di cultura e di valorizzazione della risorsa, spesso i nostri partner sono imprenditori innovativi del territorio, cioè persone che, a differenza di altre, sanno immaginare qualcosa di inedito.

Ed è attraverso le idee, abbiamo già detto, che il territorio può crescere ancora.

A fine ottobre 2018, poco prima di vaia, nella Colonia di Borca, abbiamo presentato, all’interno di un panel dedicato a cibo, ricerca, territorio, quattro ottimi progetti territoriali: Prometheus Food Lab (Borca di Cadore/Londra); Sanbrite di Cortina d’Ampezzo; Cooperativa Cadore SCS; Sidro Vittoria di Laggio di Cadore; e Viti fra le Nuvole, di Itre.

Tutti presenti gli ideatori-imprenditori, che hanno già preso a collaborare tra loro.

Cosa accomuna questi progetti?

Il fatto di essere basati su una buona idea, sperimentale e nuova, che, se adeguatamente supportata e sviluppata, potrà divenire una risorsa per il territorio.

Tutti e cinque i progetti sono infatti stati accolti bene dal territorio, e, quasi sempre, anche dalle loro amministrazioni, che han tutto da guadagnare, quando sorgono nuove imprese, ben pensate, da parte di cittadini industriosi.
Le imprese possono portare sviluppo, le amministrazioni devono saper cogliere le opportunità di sviluppo, laddove ve ne siano: è per questo che i cittadini le eleggono.

Viti fra le Nuvole è un progetto di viticultura, per ora in fase di lancio sperimentale, avviato nel 2015 da tre imprenditori calabresi residenti a Vodo di Cadore, Antonio Aiello, Massimo Milordo e Renato Perri, già attivi sul territorio con un’impresa di elettroidraulica (Idrotermolux), conosciuti e stimati da tutti per la loro serietà e disponibilità.
Qui un’intervista a ITRE comparsa sul Corriere delle Alpi nel 2017.



Nel poco tempo libero che gli lascia il lavoro primario, questi signori non dormono: hanno altri pensieri e buone idee, capacità d’iniziativa, ed altra energia propria da investire.
Sono persone corrette, solerti, impegnate.

Ed ecco che, nel 2016, Itre hanno cominciato a sviluppare l’idea di viti fra le nuvole, una vigna in quota, che ha un buon potenziale di resa, tutto da verificare, attraverso la fatica e il lavoro e la sperimentazione e l’investimento

Bravi, diciamo noi.

L’impresa non è facile, ci vuole impegno, quell’impegno che loro ci stanno mettendo.

Si tratta, in sostanza, dal nostro punto di vista, di un’altra forma di coltivazione del paesaggio: esattamente quel che facciamo noi.
Non c’è metafora, in quest’espressione.
Noi lo facciamo con la cultura.
Cultura applicata.
Loro con la vigna.
Radici, idea, lavoro, impresa.

La vigna, che è a sua volta cultura del territorio.
Un esempio, se qualcuno non capisce: pensate a com’è nata, ed a cos’è oggi, Grappa Nonino, uno dei nostri partner storici.
All’inizio -1897- qualcuno, che ora non c’è più, li ha osteggiati. Loro invece han continuato a credere e a fare, sono cresciuti, sono diventati un grande brand di qualità, e con loro è cresciuto il territorio. Lode a loro, e a chi li ha capiti e favoriti.

Siccome entrambi (DC e ITre) coltiviamo il territorio, ecco ché, dopo aver valutato il progetto (e assaggiato il primo vino, che è buono, altrimenti non saremmo con loro, la cultura mai può prescindere dalla qualità), abbiamo deciso di avviare una collaborazione con Itre, aiutandoli a sviluppare il progetto.

Itre hanno iniziato a mettere a coltura la vigna, dapprima nel Comune di Borca di Cadore, dove il Comune e la proprietà della terra (la Società Minoter), hanno sùbito voluto agevolare quest’iniziativa.
Hanno fatto una recinzione, come gliel’ha chiesta il Comune, che gliel’ha chiesta in modo chiaro e semplice (non è difficile fare una rete. Ma, in termini metaforici –rete come network aperto- per alcuni pare assai difficile).

Poi Itre hanno investito altre risorse, allargandosi a Vodo e a San Vito.
Anche a San Vito hanno ottenuto da subito appoggio e fiducia.

Collaboriamo con Itre per quattro motivi: il loro progetto è sensato, e coraggioso. Itre sono grandi lavoratori, evidentemente dotati di capacità ideativa d’impresa. Il vino è buono. Itre, oltre ad essere operosi, sono generosi: dal 2014 aiutano Dolomiti Contemporanee, attraverso il loro lavoro di elettricisti e idraulici.
Grazie al loro supporto, Progettoborca è potuto crescere molto (Altrimenti, mica ci andavamo, alla Biennale, con il solo Patrocinio della Regione. Quel che conta è il lavoro). Ci hanno fornito assistenza, sin dall’inizio, gratuitamente.
Perché?
Perché hanno saputo credere in un progetto sperimentale, com’è il nostro.
Perché hanno saputo riconoscere, nel nostro lavoro, una qualità nella ricerca, e una volontà di creare un’esperienza nuova, che può dare qualcosa al territorio.
Perché sono intelligenti, e quindi votati alla rete (aperti, non chiusi).

Per questo motivo, ora ci impegniamo volentieri accanto a loro, per cercare di far capire a chi non l’avesse ancora compreso, che una iniziativa intelligente va sostenuta, sempre, se si vuole aver cura delle cose. Se si crede nel territorio, nel suo sviluppo, nel suo futuro. E questo si deve fare, non altro. Per il bene comune.

 

3. Viti fra le Nuvole: che tipo di problema c’è nel Comune di Vodo di Cadore?

Ora, c’è una questione.
Nel piccolo appezzemento di Vodo di Cadore, il Comune ha sollevato una questione tecnica relativa alla recinzione.
Itre hanno ripetutamente risposto all’Ufficio tecnico del Comune, cercando di far le cose per bene.
Nonostante la loro manifesta volontà di collaborazione, non è stato possibile trovare un accordo.
E così, ci si è andati a impaludare in una vicenda legale, che ci ricorda un poco Casa desolata di Charles Dickens, e che pagano i cittadini (Itre pagano due volte).
Questo, a nostro giudizio, è un gran peccato, una noia e una tristezza.
E’ anche una frustrazione: il lavoro nell’appezzamento di San Vito in questo momento è sospeso: le risorse economiche ad esso dedicate servono a coprire i costi della vicenda legale di Vodo.
I denari per le attrezzature, vanno agli avvocati.

I progetti, ribadiamo, vanno valutati per il potenziale che hanno.
Se un progetto è buono, è interesse della comunità che cresca, e l’amministrazione deve favorirlo, senza favori particolari di sorta, naturalmente.
L’amministrazione è al servizio della comunità.
Se vi sono problemi, questi vanno risolti, per il bene comune.
Se i problemi sono piccoli, o addirittura minuti, dovrebbe essere facile risolverli, laddove lo si voglia fare.

Qui di seguito, c’è un testo sintetico, a firma dell’Avvocato Zago, che chiarisce i termini della questione, che conosce meglio di noi.

Per parte nostra, non abbiamo troppa fiducia nelle procedure legali.
Si spendono soldi (dei contribuenti), quindi bisogna adire alle vie legali solo se non vi sia la possibilità di risolvere le faccende civilmente, attraverso strumenti più agili e diretti: l’intelligenza e il dialogo.
In tribunale, non sempre vince chi ha ragione.
E intanto, tutti perdono tempo e denaro.
Possibile che non sia possibile valutare questa questione serenamente, dandole il valore che ha?
Concedere alle cose il loro giusto valore: quel che fa DC, ribadiamolo ancora, metti mai che qualche zuccone volesse darci degli impiccioni.

L’impresa di Itre ha valore, questo è certo a chiunque abbia una serena capacità di valutazione.
Noi, che l’abbiamo guardata bene (ma non ci voleva molto) ne siamo certi.
Quindi va agevolata, e non osteggiata, a meno che non vi siano problematiche serie.
Che qui non riusciamo a cogliere.
Saremo forse noi orbi?
Ma gli occhi li teniamo bene aperti, e non siamo partigiani di nessuno.
Siamo esperti di buone pratiche.
Ci occupiamo di critica culturale, quindi sappiamo valutare la portata culturale di un’iniziativa.
Siamo sempre pronti a difendere una buona idea, ad ascoltare ed a parlare, e mai disposti ad accettare che essa venga scalzata da una regola muta.
La regola va interpretata e applicata dagli uomini, non c’è regola senza uomini, le regole devono andare a favore degli uomini.
Quindi son gli uomini a dover prendere le decisioni, non le regole.
Facciamo lavorare gli uomini che sanno farlo, e che han voglia di farlo.
E’ così, che cresce il territorio.

Gianluca D’Incà Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee e Progettoborca, direttore dello Spazio di Casso al Vajont.

 

Ottobre 2018, Borca di Cadore

 

 4. IL CONTROLLO DEL TERRITORIO NEL COMUNE DI VODO (Nota dell’Avvocato Guido Zago, legale de Itre).

1. Il contenzioso che oppone il Comune di Vodo e alcuni imprenditori ivi residenti risulta paradossale per la sua modestia e irrilevanza e, nel contempo, per l’arbitrarietà con cui l’attuale Amministrazione l’ha sollevato e per la pervicacia con la quale intende coltivarlo.

Si tratta di un utilizzo distorto dei poteri di controllo dell’attività edilizia nel territorio che non trova spiegazione pur negli odierni aggravi procedurali e nelle difficoltà burocratiche che caratterizzano il rapporto tra amministrazione e cittadini.

Tant’è che la sola chiave di lettura della vicenda deve necessariamente ravvisarsi nella volontà di sanzionare una iniziativa imprenditoriale non condivisa dall’Amministrazione per la sua originalità o per i soggetti che l’ hanno ideata e assunta.

2. La questione è molto semplice in linea di fatto, quanto di diritto.

Si tratta di una recinzione installata a protezione di un appezzamento di terreno ove sono state impiantate alcune viti per la produzione dell’unico vino dell’intera zona.

Trattandosi di recinzione costituita da paletti di sostegno “a secco” di una rete, installati al di fuori del centro urbano nell’ambito di un’attività agricola, si tratta di cosiddetta “attività edilizia libera”, non assoggettata al previo conseguimento di un titolo autorizzativo.

Ciò in base alla più recente normativa di semplificazione e liberalizzazione

dell’attività edilizia e alle consolidate indicazioni del Giudice Amministrativo che configura la recinzione di un fondo agricolo quale espressione del diritto di proprietà che comprende la facoltà di delimitare il fondo medesimo ed escluderne l’indiscriminata accessibilità.

3. A suo tempo gli interessati, in assoluta buona fede, avevano seguito l’erronea indicazione dell’ufficio tecnico del Comune di Vodo, che aveva ritenuto di assoggettare l’installazione della recinzione a cosiddetta “S.C.I.A.”, cioè ad una previa comunicazione dell’interessato; modalità semplificata che per gli interventi privi di rilievo edilizio costituisce un semplice adempimento procedurale di mera comunicazione senza necessità di attendere un formale riscontro dell’ente e men che meno un formale atto autorizzativo.

Ed è proprio l’aver seguito l’erronea indicazione dell’ufficio tecnico che ha esposto gli interessati ad una inopinata ed illegittima contestazione dell’intervento da parte dell’Amministrazione.

Invero, avendo eseguito la recinzione con alcune modeste variazioni dimensionali e tipologiche rispetto a quanto comunicato, il Comune ha ritenuto di poter reprimere l’intervento arrivando ad ordinarne la rimozione; pena, in difetto, l’applicazione di una sanzione fino a 20.000,00 euro e l’acquisizione dell’area al patrimonio del Comune.

Ciò che ha costretto gli interessati ad una immediata impugnazione del provvedimento avanti il TAR Veneto ove è pendente e in attesa di definizione il relativo giudizio.

4. La posizione del Comune è semplicemente assurda.

Va infatti ribadito, come detto, che l’intervento non è assoggettato ad alcuna previa comunicazione; e va nel contempo evidenziato che, comunque, anche se così non fosse, come erroneamente ritenuto dall’Amministrazione, rimane ferma la sostanziale irrilevanza edilizia delle opere assoggettate a S.C.I.A. e la mera formalità dell’adempimento comunicativo preteso, come comprovato dalle conseguenze di legge nel caso di assenza del medesimo, prevedendo l’art. 6 bis del testo unico 380/2001 che lo richiede la sola comminazione di una sanzione pecuniaria pari a 1.000,00 €.

Pur in presenza di un intervento liberalizzato o, a tutto concedere, assoggettato a mera comunicazione, il Comune di Vodo ha tuttavia applicato la sanzione demolitoria, con comminatoria, in caso di inottemperanza, di una ingente sanzione pecuniaria e di acquisizione dell’area al patrimonio comunale, come previsto dalla legge nel caso di realizzazione di opere in assenza di permesso di costruire.

Cioè a dire la sanzione prevista in caso di realizzazione di un edificio abusivo!

5. Che quella del Comune di Vodo sia una vera e propria “trance” repressiva è comprovata non solo dall’utilizzo palesemente abnorme e distorto dei poteri sanzionatori, ma anche e soprattutto dalla mancanza nel provvedimento assunto di una benchè minima valutazione e motivazione delle ragioni dei privati, nonchè dalla determinazione di difendere in giudizio la propria posizione con conseguente assunzione della relativa spesa.

Si tratta di atteggiamento assolutamente inaccettabile e incomprensibile, salvo non ipotizzare una predeterminata e consapevole volontà di ostacolare proprietari e utilizzatori dell’area interessata.

6. L’avvio di un’attività di viticultura e vinificazione in montagna è da agevolare ed incentivare quale elemento di valorizzazione e di innovazione del territorio e delle sue prerogative, in conformità alla vocazione del medesimo e nel pieno rispetto dei principi di sostenibilità e compatibilità.

Si tratta di attività non a caso definita “viticoltura eroica” per le difficoltà operative determinate da pendenze, altitudine, posizionamento e ristrettezza degli appezzamenti, in molte località promossa e finanziata anche per la sua valenza di recupero e manutenzione di aree in ipotesi soggette a rischio idrogeologico.

In tale quadro la volontà di ostacolare e penalizzare l’iniziativa con formalismi amministrativi totalmente privi di fondamento e comunque privi di qualsivoglia finalità di interesse pubblico può trovare spiegazione solo in ragioni politiche e di gradimento nei confronti degli interessati.