massimo barbierato e angela rui/lacuna


Massimo Barbierato e Angela Rui, Lacuna, cera, dimensioni variabili, 2025.

Il sistema marino, rilevato sui bordi squadrati dell’isola di San Servolo nella laguna veneziana, viene qui visualizzato attraverso l’immersione nell’acqua di cera liquida, il cui raffreddamento e la cui solidificazione genera dispositivi tridimensionali di osservazione di questo ecosistema corroso da moti e correnti naturali o artificiali date dal movimento e dall’azione dell’uomo.

L’acqua diviene stampo morbido e sensibile ai moti presenti. Forme effimere, destinate a svanire, fragili quanto l’ecosistema descritto, che visualizzano pochi secondi di spinte, pressioni, forze invisibili ai nostri occhi e purtroppo alla nostra coscienza.

Le cere perse e ritrovate: son cere di un giorno, venute dall’acqua di San Servolo a maggio con Lacuna, il workshop guidato da Angela Rui e Massimo Barbierato per FLA Plus.
Alle quali abbiamo dato qui altra vita, un prolungamento del senso, un tempo ancora bergsoniano della qualità non sospesa e riguadagnata, che spegnerle subito, a noi che le abbiamo viste per ultimi, ci sarebbe sembrato uno spreco, più che altro ne abbiamo colto lo stato sorgivo e il sospiro, e le abbiamo adottate, vediamo ora come trasformeranno quassù nei caldi estivi, nei freddi tunnali, nei geli vernali.

Massimo Barbierato al Nuovo Spazio di Casso per Host Rock (fluidi connati), 15 novembre 2025.

Lacuna, premessa di Massimo Barbierato e Angela Rui)

Imparare a disimparare
Il tempo in cui viviamo ha prodotto rapidi cambiamenti che fatichiamo ancora a comprendere.
La presa di coscienza della nostra vulnerabilità è una condizione che ci permette di ripensare il senso dei nostri progetti.
Il design ha in questo momento la possibilità di proporsi come uno strumento sensibile, in grado di visualizzare le grandi problematiche legate all’ecosistema e all’ambiente e di suggerire possibili processi per affrontarle.
Utopie concrete nate da dialoghi interdisciplinari.
La scuola del futuro avrà un ruolo fondamentale nel porre nuovi interrogativi.
Dovrà abituare all’osservazione critica, insegnare ciò che non sa invece di ripetere le proprie convinzioni e dovrà, soprattutto, allenare a disimparare, per poter comprendere scenari in continua mutazione.
Dovremo ripensare alla sequenza delle fasi del progetto, partendo dalla messa fuoco delle conseguenze e non dalle idee, ponendo l’etica come processo e dogma di un’invisibile avanguardia estetica.
Solo così saremo in grado di prenderci cura di tutto ciò con cui conviviamo e con cui, inevitabilmente, dovremo collaborare.

Lacuna
Rifugio dei monaci benedettini cacciati dai Franchi, nuova dimora per le monache benedettine che avevano perso il proprio convento a causa di un maremoto, due volte abbandonata nei secoli – vuoi per le condizioni insalubri dell’isola, vuoi per voci attorno ad una deriva libertina della vita monacale – l’isola di San Servolo ha sempre rappresentato per i propri abitanti una forma imposta di contenimento, allo stesso tempo salvezza e deriva. Ha accolto la tragedia di una cacciata politica così come la disperata ricollocazione dopo un evento climatico devastante.
E ha continuato ad essere simbolo di contenimento quando è diventato il luogo di trasferimento dei primi pazienti affetti da disturbi psichiatrici fino ad assumere il nome di Manicomio prima, e ospedale psichiatrico poi. Dai racconti sulla follia – di cui l’isola ospita addirittura un museo dedicato – le voci dicono che l’isola fosse un luogo volutamente allontanato dallo sguardo di una modernità che non ha minimamente accolto la diversità, nè la natura, di ciò che non poteva essere contenuto, controllato, normato. Qui sono custodite 50.000 cartelle cliniche, 50.000 storie.
Fortunatamente in questo caso una tale estraneità ha prodotto anche grandi rivoluzioni, come la legge Basaglia, che nel 1978 chiuderà definitivamente le strutture di isolamento che relegavano le patologie psichiatriche, lasciando che permeassero nuovamente nella complessità che appartiene alle società, sdoganate una volta per sempre dalla fine della normalita, della religione, delle certezze politiche che mai come oggi trova conferma nella mente della moltitudine.
Ma l’isola, costruita e pensata come un fazzoletto cartesiano galleggiante ed esatto all’interno del complesso sistema lagunare, che sempre cambia e lo fa sempre di piu, è anche metafora del contenimento del pensiero creativo attuale, anch’esso confinato dentro set di strumenti, analisi, orientamenti che non lasciano spazio interpretativo al potere dell’immaginazione, nè all’indagine dei suoi territori. Mentre la realtà fenomenica che si percepisce attraverso le fenditure, le poche aperture della parte dell’isola costruita è un sistema complesso dove convivono forze invisibili con le quali ritentare una riconnessione sensibile con l’ambiente in cui si è immersi, sorpassando dunque quell’idea di separazione espressa dalla topografia disegnata dell’isola, così come quella di controllo della dimensione percettiva, sensibile, sensoriale che il suo nome ha incarnato.
Riconoscendo la limitatezza del sensorium umano, Lacuna – Laguna, della laguna, e allo stesso tempo spazio vuoto, quindi aperto a possibili interpretazioni – consiste in una serie di azioni non parametrabili, ma atte a un’esplorazione sensibile delle forze invisibili dell’acqua e della rilevazione di quanto gli elementi lagunari siano presenti, sebbene silenti, anche nel sistema terrestre dell’isola. Una riflessione tanto ontologica quanto materiale, in forma partecipativa, per superare le abitudini percettive che circoscrivono la cultura del progetto, e allo stesso tempo un esercizio di collaborazione con forze naturali per rendere visibile ciò che non riusciamo ad osservare e difficilmente ad immaginare. In particolare il sistema marino, rilevato uscendo dal contenimento perimetrale dell’isola di San Servolo, viene presentato attraverso
l’immersione nell’acqua di materie fluide, dense o liquide, il cui raffreddamento e la cui solidificazione diventano dispositivi tridimensionali di osservazione e riconnessione con la fluidità, la ricchezza e la complessità che appartengono tanto all’ambiente quanto al pensiero progettuale.
Il materiale raccolto come esito del workshop costituirà una nuova laguna concettuale abitata da isole formate dalle sue stesse forze creatrici (correnti e spostamento di sedimento) che sarà utilizzata come elemento di condivisione e riflessione con i partecipanti.

I Dieci Cambiamenti Fondamentali della Laguna
1. L’innalzamento del livello marino è cresciuto da 2,5 mm/anno a 4,5 mm/anno nell’ultimo trentennio, con un aumento totale di circa 30-35 cm negli ultimi 150 anni. Le proiezioni indicano un possibile innalzamento fino a 1,5 metri entro il 2150. 
Fonte: Piattaforma Nazionale Adattamento Cambiamenti Climatici ISPRA (2023); Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (2024).

2. La frequenza del fenomeno di acqua alta è aumentata drasticamente da 2-3 eventi annui sopra i 110 cm negli anni ’60 a oltre 20 oggi. Il 2023 ha registrato 171 episodi sopra gli 80 cm, classificandosi come terzo anno peggiore nella storia delle rilevazioni.
 Fonte: Centro Previsioni e Segnalazioni Maree del Comune di Venezia (2024); La Voce di Venezia (2024).
3. Le barene hanno subito un’erosione del 70%, passando da 158 km2 nel 1912 a soli 40 km2 oggi, con una perdita annua di circa 1 milione di metri cubi di sedimenti verso il mare. Fonte: C40 Città (2022); Venezia da Esplorare (2021); FTOremotefly (2023).
4. Prima delle restrizioni del 2021, i passaggi delle grandi navi erano aumentati del 330% dal 2000, con ogni transito che sollevava fino a 2.500 metri cubi di sedimenti e generava onde alte fino a 65 cm nei canali piu stretti.
 Fonte: Venezia da Esplorare (2021); La Nuova Venezia (2019).
5. L’acqua della laguna presenta ancora concentrazioni di metalli pesanti nei sedimenti fino a 15 volte superiori ai livelli naturali, con una diminuzione della biodiversità ittica del 30% negli ultimi 50 anni.
 Fonte: Ricerche CNR-ISMAR; Università di Padova.
6. Completato nel 2020 con un costo di 5,5 miliardi di euro, il MOSE ha già evitato oltre 100 eventi di acqua alta, prevenendo danni stimati per 2,6 miliardi di euro, ma richiede manutenzione costosa e crescente, anche dovuta all’accelerazione di questi eventi. Fonte: Il Fatto Quotidiano (2023); Pagella Politica (2023); Il Sole 24 Ore (2025).
7. I venti di scirocco intensi sono aumentati del 28% rispetto agli anni ’80, contribuendo al verificarsi di 6 dei 10 eventi di acqua alta piu severi degli ultimi 150 anni solo negli ultimi 5 anni.
 Fonte: CNR-ISMAR (2025); INGVambiente (2023).
8. Le correnti marine hanno aumentato la loro velocità del 40% nei canali principali rispetto agli anni ’70, mentre il volume d’acqua scambiato tra laguna e mare è cresciuto del 40% e le chiusure del MOSE riducono il ricambio idrico fino al 22%.
 Fonte: La Nuova Venezia (2019); CORILA (2022).
9. A causa della salinizzazione dell’acqua della laguna, le aree a canneto sono diminuite del 40% dagli anni ’70, causando la scomparsa di habitat per 12 specie di uccelli nidificanti, una riduzione del 35% delle aree di nursery per specie ittiche e la perdita del 25% della capacità di filtrazione naturale degli inquinanti. 
Fonte: Consorzio di Bonifica Acque Risorgive (2023); Università Ca’ Foscari (2022); ISPRA (2024).
10.L’ecosistema lagunare ha registrato l’introduzione di 45 specie alloctone negli ultimi 30 anni. Le specie native come il nono e il ghiozzo sono diminuite del 65%, mentre proliferano specie invasive come il granchio blu e la vongola filippina.
 Fonte: ARPAV (2023); Università di Padova (2024).

Curiosità: due scenari opposti

Scenario 1: Venezia e la sua Laguna con Presenza Umana nel 2100
Nel 2100, Venezia rappresenta un caso straordinario di adattamento umano ai cambiamenti climatici. La città storica è sopravvissuta grazie a un sistema integrato di protezione che ha evoluto il concetto originario del MOSE.
Il “Neo-MOSE”, inaugurato nel 2055, è un sistema ibrido di barriere che si attiva in modo differenziato a seconda dei livelli di marea previsti, con costi energetici ridotti del 75% grazie all’integrazione di tecnologie di intelligenza artificiale e fonti rinnovabili marine. La frequenza di attivazione (quasi quotidiana) ha trasformato l’operazione in una routine consolidata.
La città si è adattata con un ambizioso piano di “verticalizzazione”: i piani terra di molti edifici sono
stati riprogettati come spazi “anfibi”, con materiali impermeabili e sistemi di compartimentazione che permettono loro di funzionare anche durante gli allagamenti controllati. Il patrimonio artistico è stato ricollocato ai piani superiori.
La popolazione residente si è stabilizzata intorno ai 45.000 abitanti dopo decenni di declino, grazie a politiche abitative innovative e alla nascita di nuove economie legate alla gestione dell’acqua: Venezia è diventata un laboratorio mondiale di tecnologie per l’adattamento costiero, attirando esperti e investimenti da tutto il mondo.
Le barene rimaste sono state potenziate con interventi di bioingegneria, creando “super-barene” rinforzate che fungono da “spugne marine” e zone di assorbimento delle onde. Il 30% delle barene storiche è stato ricreato artificialmente con tecniche innovative, ospitando ecosistemi controllati.
Il turismo si è trasformato in “eco-turismo lagunare”, contingentato e altamente regolamentato, con percorsi esperienziali che valorizzano la convivenza tra città storica e ambiente marino-lagunare. I visitatori pagano una “tassa lagunare” sostanziosa che finanzia il 40% dei costi di manutenzione del sistema.
L’economia veneziana si è diversificata, con un polo di ricerca internazionale sulla gestione delle acque, produzioni di acquacultura sostenibile nelle aree periferiche della laguna e un fiorente settore di artigianato specializzato nella creazione di tecnologie e materiali per l’adattamento costiero.
In questo scenario, Venezia sopravvive come comunità umana, ma a costo di una continua e costosa ingegnerizzazione dell’ambiente naturale e di una trasformazione profonda dell’esperienza di vita in città, che ha perso parte della sua spontaneità diventando un sistema complesso gestito con precisione scientifica.

Scenario 2: Venezia Senza Umani nel 2100
In uno scenario in cui gli umani abbandonassero Venezia, lasciandola alla sola forza della natura, la città e la sua laguna subirebbero una drammatica trasformazione, diventando un ecosistema unico al mondo: una metropoli marina semi-sommersa.
Con l’innalzamento del livello del mare che continuerebbe al ritmo accelerato e senza il MOSE in funzione, gran parte della città storica si troverebbe permanentemente sommersa. Gli edifici veneziani, con le loro fondazioni di legno di rovere, resisterebbero sorprendentemente a lungo, ma i piani inferiori diventerebbero habitat sottomarini.
I principali colonizzatori di questa “Venezia atlantidea” sarebbero le specie invasive già in espansione: il granchio blu dominerebbe i canali e i primi piani sommersi dei palazzi, stabilendo colonie numerose nelle calli allagate. Le vongole filippine prospererebbero nei sedimenti dei canali sempre piu profondi, mentre meduse Rhizostoma pulmo (polmone di mare) e Mnemiopsis leidyi (noce di mare) fluttuerebbero in sciami tra i campanili emergenti.
Le strutture sommerse di Piazza San Marco diventerebbero un complesso reef artificiale popolato da saraghi, orate e spigole, mentre la Basilica ospiterebbe una colonia di corvine che produrrebbero il loro caratteristico “coro” tra le cupole semi-allagate. I gabbiani reali mediterranei stabilirebbero le loro colonie sui tetti dei palazzi piu alti e delle chiese, mentre cormorani e aironi
colonizzerebbero le barene residue.
Le facciate degli edifici ancora emerse sarebbero colonizzate da licheni e piccole piante alofite, mentre il campanile di San Marco e altri punti elevati diventerebbero posatoi per falchi pellegrini. Nelle aree piu riparate, gli ultimi resti di barene ospiterebbero colonie riproduttive di fenicotteri, attratti dall’alta salinità e dai piccoli crostacei.
Nelle acque piu profonde dei canali principali, dove le correnti sono aumentate, nuoterebbero banchi di cefali, mentre i resti del MOSE diventerebbero habitat per colonie di mitili e ostriche. Nei sedimenti, ricchi di metalli pesanti, prospererebbero comunità microbiche specializzate nella decomposizione, accelerando la formazione di un ecosistema marino peculiare.
Con l’aumento della salinizzazione, le aree periferiche della laguna sarebbero colonizzate da vegetazione sempre piu alofila, trasformandosi in saline naturali dove specie come la salicornia creerebbero distese rosse autunnali visibili a chilometri di distanza.
Questa Venezia “ritornata alla natura” non sarebbe quindi disabitata, ma diventerebbe un laboratorio evolutivo unico, dove l’incontro tra un patrimonio architettonico millenario e un ecosistema marino in evoluzione creerebbe una straordinaria simbiosi tra l’eredità umana e la resilienza della vita marina in un mondo in cambiamento.

Lacuna, Angela Rui, Massimo Barbierato

L’opera è parte delle mostra Detriti Frammenti Schegge Brecce, Nuovo Spazio di Casso, fino al 31 dicembre 2025

Foto Teresa De Toni