Cos’è un Ago
Cos’è un Ago: uno strumento per la chirurgia dell’anima, o un esile palo della cuccagna, cruna o truna?
Appropriazionismo e/o La Gusela del Vescová.
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Le nostre sono le montagne più belle del mondo.
Ci annoia la pretenziosa pochezza egoista accaparrazionista di quest’espressione pigra, eternamente ripetuta dappertutto, mica solo nelle Dolomiti coll’Olimpiade mal fatta, vivaddio, pensa alle Ande, Himalaya, Karakorum, Half Dome, Aconcagua, Monte Bianco, Arizona, Utah, tutte le altre, sveglia, avanti, espressione che potrebbe parer custode d’amore e di nobile sublime compartecipazione identitaria, mentre invece quando vien pronunciata suona pretenziosa, noiosa, ottusa, falsa.
In realtà, è quasi la stessa mena del maledetto tifoso di calcio, quando, avendo poca capacità di realtà e di trasformazione individuale e di rilancio d’un qualsiasi pensiero articolare, oggettivo o soggettivo che sia, egli (esso) tifa sfacciatamente la “propria” squadra.
La ripete, un rosario, chiunque abbia poca conoscenza, poca plasticità, e un colle di sabbia in giardino, soprattutto quando la luce ne cava un riflesso capzioso a sera (endrogadura); la si trova ribadita nelle fiere competizioni intellettuali alle sagre (al nostro versante l’è al pì bel del vostro).
Questo condizionamento, proprio di chi pericolosamente inclina più al contrasto che al confronto, all’avere che all’essere, allo stare che all’andare, al fissare piuttosto che all’esplorare, genera partigianerie spinte, aggressività predatorie nel rione, quartiere, cantone, o nel marketing, per le valli come per gli assessorati e gli uffici turistici, e lo si può naturalmente estendere, germe, ad altri oggetti di concupiscenza, legati al patrimonio e all’ottusa volontà di possederlo o trafficarlo (tradizioni, folklore, lavoro, architettura, figlio, cane, etc.).
Ste sacche fossili di egoismo primitivista vernacolare, vanagloria localistica, fierezza da palio, istinto mercantile di competizione e predominanza, intransigenza tradizionalista primeggiatoria, etc., nutrono moltiplicano aizzano le legioni dei fondamentalisti, poetiche intiere del fiero sospiro o religioni contemplative del sasso di casa, che son bivacchi ausberghi o trincee degli immoti nidacei.
Questa fissazione persistente che fa ritenere o dire alla gente che la cosa voluminosa che sta di fronte a loro, a casa loro, più grande di loro, che chiude (mai apre) il loro orizzonte, che definisce la loro psicogeografia culturale e territoriale e spirituale, sia, nella sua categoria, la più bella, indiscutibilmente e in assoluto, corrisponde all’ennesima manifestazione di tirchieria, possessismo, fanatismo promozionalistico, un fregio sul carapace, gagliardetto grigio e rapace.
Ne vorrebbero essere custodi o eredi, ne fanno una questione di orgoglio, di questo campanilismo vanaglorioso, conservatorismo centripeto, iconismo assertivo e intollerante, si tratta di uno schema mentale più che di un’adesione viscero-culturale, proprio di chi mostra (e forse teme, intuendo un morso vuoto) quel poco di proprio avere, spalmandolo sul tanto di grande insieme, da cui le associazioni spersonalizzanti e le culture omo-coprenti, che producono comitati, comunità, hooligans, mareggiate (Masse und Macht, E. Canetti, 1960), ma insomma, ciò ito a-fanculo, e avanti.
O volgar caparratore, tu sei il primo peccatore.
Sinner: du bist der erste Sünder.
Questo prologhetto non è che un nuce, una piccola massa tematica assai sintetica, va aperto e sviluppato, qui è stato utilizzato come profilassi, prima di pubblicare alcune foto che abbiamo ritrovato ed eccole, della Gusela del Vescovà nella Schiara, salivamo a scalarla nel 2006 ioDardo e Marcello, le foto le faceva Balcon, le foto erano tra i libri e non son scoppiate, nè si tratta di un Tempo Ritrovato Mona, su cosa sia sta guglia per chi vive e arrampica a Belluno … inutile dilungarsi, c’è una bibliografia vastissima, la Fondazione Angelini e i tre volumi di Sani e Sovilla nei Disgeli ad esempio, e anche un sacco della suddetta morbante piccola grande retorica, insieme alla scienza delle cose ambientali e alpinistiche belle e sensazionali, ma insomma, c’è tutto gnente come ovunque, la montagna non esiste, non è che un banco dell’interpretazione che esige posizione, come ogni altra cosa e spazio d’altro canto, chi non sa un cazzo di montagna non la conoscerà qui nè mai, questa storia (molto meglio: da loro stiam protetti, la distanza è incolmabile), ogni giorno incontriamo gente inconsapevole del proprio paradosso, che vuole lavorare e praticare gli esercizi in montagna senza nulla saperne, senza esservi portato, versato, ecco le ambizioni irrealistiche, i parvenu bio-culturali che infoiati rimenan succursali, guarda la squallida industria del turismo massivo, guarda la regia di sta tracotante olimpiade minuscola, ma se non sai cos’è un gruppo massiccio, una via e un viaz, na cengia e na sosta, se non riconosci le fatte, le specie forestali, non scali, non fai cime con gli sci e nemmeno a piedi, che cazzo ci fai qui, come ti muovi, di cosa parli, cosa puoi capire e fare, lo sai che tutti ti vedono? presuntuoso, inadatto, portunista?
Quindi inutile sciorinare le solite quattro frasette, peraltro non imperdibili, di Buzzati sulla Gusela (e ricordiamo anche che tutti, tutti hanno un Campanile o Torre o Ago, diverso e siffatto, nelle proprie valli alpine, a moltiplicar miti nuflessioni e processioni, e che quindi, ripetiamolo, ogni picco è se stesso e però nessuno è unico-superiore agli altri), nè i nomi, che non spuntano affatto graziosamente, di Zacchi, e Jori Andreoletti e Pasquali che primi salirono la Gusela il 15 settembre 1913, sulla stretta cima sbriciolata sorvegliati dalle due aquile reali, la normale dalla parete nord in traverso ad est, poi giù con la prima doppia spaurosa, nè i nomi di tutti gli altri, Rossi, Tissi, Garna, Sitta, Miotto, Bee, Gianeselli e così via, anche senza farne dei santi martiri eroi, anche noi negli anni spesso su di là, dalle Case Bortot o dalla Cajada degli Scotti al Settimo alla cima della S’ciara de Oro, sapere e percorrere i luoghi coi loro nomi, Pis Pilon e Marmol e il resto là, ricordiamo che ad un certo punto quattro coglioni utopico-reazionari, già tremando d’anzinostalgia, come avviene a chi non sa procedere al passo tra le cose e nelle idee, e son quelli che sempre si ammantano di (umile? ma come la usare sta parola?) sacralità insilente, limando quelle fessurazioni, temendone il crollo, proposero di iniettar cemento negli spacchi e di imbragar la guglia per SALVARLA.
Ebbene, dovresti saperlo, salvezza non v’è alcuna, com’è ben chiaro a chi rampica montagna, tutti cadiamo, anche per questo è preferibile, fino ad allora, non brancolare, tra le frigne crode scoscese, che poi vi si sdrucciola, e avanti.
La foto (part.) del Bivacco Ugo Dalla Bernardina è 2011 Mario Tomè.