18 agosto 2023

Tu lo sai cosa sono gli Scarpét?Qui ci abbiamo fatto un workshop a Casso, a dicembre 2022, e da lì abbiamo avviato la ricerca applicata, trovi altri link utili in quel post. Gli Scarpét, o Skarpét, in bellunese, o le furlane, in Friuli. Ste scarpe o “… pantofole rustiche artigianali, tipiche e abituali calzature montanare d’un tempo, costituite da una suola di pezza fittamente trapunta (strapônta) con filo di canapo incerato e da una tomaia scollata, in panno o velluto nero, orlata o foderata, molto resistente … (Enzo Croatto, Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Val di Zoldo, Belluno)”. Dolomiti
[continua a leggere]

17 luglio 2023

Il Cadore tra ’800 e ’900. Perarolo nelle fotografi e di Luigi BurreiIl volume è stato pubblicato a luglio 2023 da Grafiche Antiga A cura di: Elena MaierottiCollana: FotografiaImmagini: a coloriFormato: 23 x 27,5 cm Acquista qui il volume  – Luigi Burrei (1859-1927), originario di Nebbiù di Pieve diCadore (Belluno), visse la maggior parte della sua vita aPerarolo. Fu un commerciante di legname per conto delladitta dello zio, Andrea Burrei, e, nel contempo, anche unappassionato fotografo amatoriale. Di questa sua attivitàdilettantistica, quasi interamente inedita, è rimasta traccia inun corpus fotografi co di proprietà dei suoi eredi. Tale archivioconsta
[continua a leggere]

22 giugno 2023

  Dolomiti Contemporanee è nel volume THE LAST GRAND TOUR – Contemporary phenomena and strategies of living in Italy, curato da MICHAEL OBRIST (feld72) & ANTONIETTA PUTZU, e pubblicato a giugno 2023 da Park Books.[...] Per gran parte del XVI secolo fino all’inizio del XIX, il Grand Tour in Italia è stato una parte importante della formazione degli aristocratici europei. Seguendo questa tradizione, questo libro analizza da vicino l’Italia di oggi, concentrandosi sul tema dell’abitazione come indicatore delle interrelazioni politiche e socioeconomiche [...] Il contributo di DC è un saggio dal titolo: Il riuso del Patrimonio storico
[continua a leggere]

21 ottobre 2022

Carégheta Stefano Collarin con Mauro BortotUna ricerca sull’industria storica dei careghétaOttobre 2022 – Lì non si può fumare, neanche all’aperto. Ci nascondiamo e accendiamo una sigaretta: tabacco forte senza filtro.  Non stiamo male. Siamo lì per prenotare un appuntamento (ci costerà caro il barbiere, pochi soldi qua in montagna?). Nel ritardo (pochi soldi e poco personale qua in montagna) chiacchieriamo e decidiamo di farci una birra. Mauro è un seggiolaio, un caregheta: impaglia e costruisce sedie in legno, mica per hobby, lui ci mangia con il paluch e il legno stagionato. In poche ore mi aveva già raccontato tutto,
[continua a leggere]

24 febbraio 2021

Riccardo Giacomini è qua.   Quando sensibilità, solidarietà, amor dell’animale, creano danno invece che beneficio. L’inverno è una stagione selettiva, per gli animali selvatici.Alcuni animali muoiono: è inevitabile questo, e perfino giusto. La selezione naturale degli esemplari più deboli o malati, concorre alla buona salute della popolazione in generale: la natura si autoregola. Oggi, come sappiamo, l’interazione tra uomo e animale selvatico è piuttosto diffusa.Spesso, d’inverno, gli ungulati si aggirano nei pressi dei paesi e delle abitazioni, soprattutto se, a causa del forte innevamento, come quest’anno, risulta loro
[continua a leggere]

20 gennaio 2021

 ma insomma, abbiamo sempre visto le immagini di Eugène-Emmanuel Viollet-le-Duc, costruite in quel decennio fatidico dal 1868, l’étude, conosciamo da allora (quindi dal ’68? chiederà uno furbo) le massif du mont blanc, e mai ci siamo limitati naturalmente a pensare a quella sola e singola montagna là ma fin dal principio scorgemmo un principio largo di fiamma fredda quanto basta, quello che sempre decliniamo, del fare e rifare il paesaggio invece di dormirlo, in particolare quello prostituito delle crode imbandite e in molti modi e diciamone alcuni, con parolaprima ma lì era il logos, con la geometria culturale sintetica
[continua a leggere]

6 gennaio 2021

Premessa: “S.T.R.E.A.M (Sostenere il Turismo sostenibile, la Rigenerazione urbana e la promozione delle Arti in aree Montane)” è un progetto Interregionale tra Italia e Austria, a cui abbiamo partecipato marginalmente, trovandoci noi e non per caso a Pieve di Cadore, tra il 2017 e il 2019, a proporre un’idea di rilancio per il Forte di Monte Ricco attraverso un programma di Cultura e Arte Contemporanea, insieme ad una visione che non ha attecchito. 
Il triennio di lancio sarebbe dovuto servire, se volessimo stare in una prospettiva costruttiva e non estemporanea, a impostare il ragionamento, per poi sostenerlo. Non ad
[continua a leggere]

20 dicembre 2020

A novembre 2020, all’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, sono venuti (son tornati) i vandali, e i ladri. Dalla Valle, e dalla Germania. Chi sono? Che fare?La vendetta del cervo carnivoro?Dai che ne parliamo.Questo testo è così articolato: 1) Premessa: difficile per chi non si concentra2) I nudi fatti, chiari e semplici da capire per chiunque (ma leggi la premessa), e la consequente, sacrosanta reprimenda —1. Premessa Vandali o nconsapevoli esploratori del proprio sommo vuoto interiore, che non è uno Spazio? (è piuttosto: un tetro anfratto deteriore del Non Esserci, che misero si oppone alla pienezza del buon
[continua a leggere]

8 dicembre 2020

  Come i lavori vengono e (talvolta) vanno -mentre alcuni soggetti rimangono fermi chiodati / corteccie non è un refuso: perfino buzzati, che non è sterne (primo monito: sapere usare la lingua). L’organicismo psicoorodinamico culturale terrazielato vs. i grigi corpi anticontemporanei, figli del timor contraccettivo che non sa relarsi. Dialettiche e afasie dell’esserci nella cura che spinge, o sta. Francesco Zanatta, If you have a knot you can not undo…, 2019, Collezione privata. —Dolomiti Contemporanee è un camino-cratere. Ciò che vien projettato fuori e sparso per l’atmosfera non son polveri gas o gli effimeri lapilli, ma i concetti e
[continua a leggere]

4 giugno 2020

Cibiana di Cadore è un paese di circa 400 abitanti, situato a circa 1000 m. s.l.m. Siamo nelle Dolomiti bellunesi. Risalendo da sud la Valle del Boite, poco dopo il paese di Venas di Cadore, e ad una decina di chilometri da Borca, si lascia la Statale di Almagna e si attraversa il torrente Boite, ed eccoci dunque nella Valle del torrente Rite, la si risale e si giunge agli abitati di Cibiana, con le sue borgate cinte di crode.Ancora su per tornanti, fai i tornanti e arrivi al Passo Cibiana, 1.530 m. s.l.m.Qui trovi i rifugi, gli attacchi
[continua a leggere]

DC e gli Scarpét

Tu lo sai cosa sono gli Scarpét?

Qui ci abbiamo fatto un workshop a Casso, a dicembre 2022, e da lì abbiamo avviato la ricerca applicata, trovi altri link utili in quel post.

Gli Scarpét, o Skarpét, in bellunese, o le furlane, in Friuli. Ste scarpe o “… pantofole rustiche artigianali, tipiche e abituali calzature montanare d’un tempo, costituite da una suola di pezza fittamente trapunta (strapônta) con filo di canapo incerato e da una tomaia scollata, in panno o velluto nero, orlata o foderata, molto resistente … (Enzo Croatto, Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Val di Zoldo, Belluno)”.

Dolomiti Contemporanee, con la sua abituale tenerezza culturale, propone un altro saggio di attenzione alla cultura del territorio, e di intereazione con essa.

Abbiamo iniziato a dicembre del ’22 nel Nuovo Spazio di Casso con un workshop che portava donne da diverse valli dolomitiche a incontrare artisti da tutto il mondo. Queste donne esperte che salvano il mestiere antico che si sperde, e che però non son fertme, ed infatti hanno accettato subito l’idea della “necessità della distruzione della tradizione (nell’assetto pago replicativo) attraverso la rivoluzione affidata alla trasformazione, ovvero non andare a rifarla sempre eguale, la cosa, scarpa o altro che sia, che non basta, la si ha da far corretta e diversa invece. Prima inventi una cosa (salto culturale), poi la difendi (il mestiere tenuto), poi la rinnovi (un salto non basta, non sedertici, fanne altri). Ricordi cosa diceva Nietzsche di Goethe e Leopardi? Incameravano il passato, certo, questi ultimi poeti-filologi.
Ma, anche semplicemente nel riprenderlo, quel passato (Eraclito o lo Scarpét qui è uguale), lo ricreavano. Ma di questo parleremo meglio presto altrove.


Maria Teresa Agnoli
, che va per gli ’80 e si è dimostrata un’ottima capocordata (volenterosa e aggregativa), sa come si fanno a mano. Ci vogliono dita d’acciaio, climber da strapazzo. Ha un laboratorio produttivo e formativo a Perarolo di Cadore.
Ci aspetta lì. Cosa aspettiamo? 
Ha capito subito, assieme alle colleghe, il senso della nostra azione, il modello propulsivo e non descrittivo delle cose belle ed efficaci che van prese e smembrate (la critica, il lavoro dell’artista) e rimontate; ha capito subito ad esempio le meraviglie di Anna Poletti, le coperte di Pblab e lo Scarpet da arrampicata, ed è qui che è fiorito il dialogo tra i diversi, che è già come un forte patto affermativo, un’intesa profonda, un fiore esplosivo (e aspetta di vederli, i nuovi fiori incendiari sugli scarpét riletti dagli artisti: botanica fantastica rinnovativa).
La tradizione infatti non è importante se viene semplicemente (acriticamente) trasmessa e salvata, ma se viene esposta ad altri contagi e trasformata. Nutrila. Attenzione ai fanatici della conservazione.


Come lo si fa/ceva:

Fare gli scarpet era un tempo un’attività di trasformazione dello scarto. L’unione di vecchie stoffe permetteva la realizzazione di suole solide e resistenti, in grado di durare nel tempo. A questa stratificazione di scampoli veniva poi aggiunta la tomaia che, spesso, era di un materiale più pregiato (velluto o tela). L’accoppiamento permetteva la facile sostituzione del materiale più fragile (pregiato ma fragile) potendo così mantenere la stessa suola. Tirar i Scarpet. Eh, duravano. 
Mai indossarle su terreni bagnati, di preferiva star scalzi piuttosto che rovinare quelle suole costate molte ore di lavoro. Poi, la gomma (che era sempre uno scarto) consentì di affrontare qualche umidità.
Cuciture, forme e ricami cambiavano di valle in valle e di paese in paese. 
Ogni paese quassù porta, da secoli, un fiore distintivo a decorare lo Scarpèt?
Ne faremo degli altri, ecco che vengono i fiori DC.

Qui un minimo di bibliografia

 Le foto quissopra sono di Giacomo De Donà e Teresa De Toni

Settembre 2023, un altro passaggio della ricerca:


Gli Scarpét (in Veneto: in Friuli Venezia Giulia si chiamano le Furlane, storicamente gli Scufons) sono stati lanciati, come tema culturale legato all’interpretazione e rigenerazione di questa tradizione manufatturiera artigianale, così caratterizzante, così interessante, così trasformabile (DC è un soggetto attivatore trasformativo), a dicembre 2022, con il primo workshop.

Interpretabile vuol sempre dire trasformabile. Si trasforma un oggetto di cui si voglia conservare l’essenza, al tempo stesso rinnovandola, cosicchè la tradizione non diventi una determinazione immota, ovvero un sacello conservativo, ma uno stimolatore, ovvero un suggerimento alla rinnovazione del tipo, e della sua estetica.

Lo Scarpèt possiede un grande potenziale di riprocessazione: estetica, ma anche funzionale, poi ad un certo punto vedrai come.


Diciamo che la trasformazione è una lettura, e quindi è una forma di traduzione. Ogni rilettura di un testo (un oggetto è un testo, se lo studi) è una sorta di traduzione vivificante del testo originale.


Abbiamo iniziato a conoscere le custodi di questo lavoro: in ogni paese del Cadore, c’è una maestra, che conosce e diffonde il mestiere, insegnando la tecnica realizzativa degli Scarpét a chi se ne interessa: molti se ne interessano.

Il martedì, a Forno di Zoldo, presso l’ex Scuola elementare Panciera Besarel, si riunisce il gruppo guidato da Loredana Lazzarin, con l’Associazione Made in Zoldo, e si portano avanti gli Scarpèt.

L’abbiamo visitato, insieme a Beatrice Pra Floriani, che ci ha condotti in visita al laboratorio.

Qui di seguito, riportiamo anche un testo.

E’ stato scritto da Gigi Pra Floriani, nonno di Beatrice, nel 2006, ed è comparso allora sull’Alpino zoldano.



Fà scarpet in Zoldo

Fà scarpet in Zoldo nel secolo scorso era una necessità, un’usanza, un rito.
 Li facevano le donne, era un’arte che si tramandava da madre in figlia e si svolgeva in tempi programmati, era proprio un avvenimento dei lunghi mesi invernali.
 Mentre per la confezione, l’imbastitura e soprattutto la trapuntatura “straponze le solete” ogni spazio di tempo libero era buono. 
Ad esempio, quando le donne andavano ad accompagnare le mucche al pascolo, sedute sull’erba con in mano la pallina di cera d’api, il gomitolo di filo di tela, ed una piccola pinzetta (quest’ultima rudimentale, fabbricata nelle Fusinele di Zoldo), lucide per l’uso le pinzette, servivano per estrarre la gusela dalla soleta.
 Per ore e ore fabbricavano i “sciop de fil” doppio lunghi circa 60 centimetri. Questi, ben ritorti, fattoli rotolare fra i palmi delle mani e poi incerati scorrendoli sula palina di cera, quindi per ultimo facevano, i nodi all’estremità usando una sola mano con destrezza.
 La materia prima per le “solete” consisteva nell’ultima fase di riciclaggio di vecchi panni.
 Ad esempio la giacca del vestito nuziale, che per vari anni veniva indossata i giorni di festa e per altrettanti nei giorni feriali, poi, quando oramai lisa si usava per il lavoro. 
La cosidetta tomaia, veniva fata con veluto nero socelto e foderata allintemo con tessuto di tela ed orlata con spighetta nera.
 La parte posteriore sul tallone veniva rinforzata con più strati di tela perchề non si deformasse.
 Per i più giovani che consumavano vari paia di Scarpet all’anno, si fabbricavano con materiale meno costoso come “frustagno” liscio o rigato e rinforzato con un puntale sulla parte anteriore.
 Per i piccolissimi la tomaia aveva le “regele” che facevano il giro alla caviglia abbotonandosi alla sola sul col del pè per non perderli.
 I più esigenti, Tornavano con fiori sul puntale fatto da ricamatrici provette, fiori da sembrare veri. Il ricamo prediletto era la stella alpina, e i non ti scordar di me.
 Nella frazione di Pra di Zoldo, non si sono mai posti il problema di fare due forme (destra e sinistra).
 I Scarpet, si facevano con un’ unica forma dritta lasciando che fosse il piede mediante l’uso a dare la forma anatomica. 
L’ attaccatura della tomaia alla soletta veniva eseguita introducendo la forma di legno e cucendo a mano la “zentina”, già attaccata alla tomaia.
 Dopodichè, con forbici o coltello da calzolaio si regolava la sporgenza della “soleta” e si rifiniva con la “radisela”, prima di levare la forma con la mazzetta di legno, si batteva tutt’attorno per ovviare alle piccole irregolarità di sporgenza. 
I Scarpet per il materiale con cui sono costruiti sono una calzatura da tempo asciutto, suo peggior nemico è sempre stata la rugiada.


Gigi Pra Floriani, Pra di Zoldo, 19 settembre 2006


Una curiosità: Egidio e Florio Lazzaris si ricordano di “Scussel Giòbatta dei Locanda’ sposatosi con Maria Calchera, questi, nei primi del 1900 si trasferirono a Belluno per aprire un Scarpetteria che con gli anni si trasformò nel mobilificio “Scremin”.