Roccedimenti – nuovo spazio di casso – 6.07-8.09 2013

roccedimenti

Roccedimenti. fatte, non finite, le nature contemporanee


A cura di Gianluca D’Incà Levis, con la collaborazione di Guido Bartorelli
6 luglio – 8 settembre 2013
Nuovo Spazio espositivo di Casso


Inaugurazione sabato 6 luglio ore 18.00

 

 

 


#roccedimenti 

Artisti in mostra: francesco ardini, pierpaolo febbo, jean-baptiste camille corot, gianni de val, aron demetz, andrea grotto, alessandro pagani, emmanuele panzarini, mario tomè, alessandro roma, cosimo terlizzi, lucia veronesi, davide zucco.

qui la recensione della mostra pubblicata su artribune

qui la recensione della mostra pubblicata su news-art

qui il video dell’opening di Roccedimenti


roccedimenti, le nature contemporanee (fatte, non finite) – concetto

alcuni temi connessi alle dolomiti-unesco, e la linea tematica condensata nelle climbing attitudes, sono alcuni degli spunti di riflessione che hanno dato origine a questa mostra. roccedimenti è una mostra sulla natura contemporanea. non si dica, solo, che son le rocce ad abitare le menti, dato che, contemporaneamente, accade anche l’inverso. le menti aperte penetrano in ogni natura, anche la più compatta. in realtà, abitare non è il termine adeguato: l’esplorazione non è mai domestica, non è un riposo, il suo, nella roccia. in questo rapporto, sia le rocce che le menti sono mobili. dove mobile significa slancio d’apertura, e non azione fugace. piuttosto, procedimento, e, persino, cedimento (come origine, o come traguardo). il compito infinito del contemporaneo, inteso come categoria poetico-analitica, spazio dello slancio ideativo, e non come aggettivo temporale, piuttosto come alpinismo, potremmo dire, è quello della ricerca, dell’esplorazione, che riconosciamo quale pratica verticale, ecco dunque le climbing attitiudes. ricerca di definizioni prime, non di definizione ultima, non di cesello, d’ornato plastico. ciò che è fatto, non è finito, e ciò che può esser finito, non è realmente fatto, dice baudelaire, a proposito di corot, e più in generale a proposito del cercare traverso l’arte. dove fatto significa inteso profondamente, nella tensione della ricerca, della realtà, della natura, che non è mai imitazione (corot non sa imitare). ecco dunque la differenza, e il primato, dell’impulso sull’ordine. l’audacia morale è propria di ogni artista contemporaneo. dove per contemporaneo intendiamo, in definitiva, ultracontemporaneo, dato che il termine contemporaneo, temporalmente, è già quasi nel passato, mentre lo slancio è tensione al futuro, urgenza, rispetto alla pigra accidentalità del presente. contemporaneo non significa, infatti, dire ora, o dire l’ora, quanto piuttosto slanciarsi avanti, e rilanciare avanti il senso, gettarlo nell’oltre. l’esatto contrario, dunque, di quanto spesso si intende con questa parola. il primato, dicevamo questo, dell’impulso sull’ordine, del nuovo sul vecchio, della ricerca sulla narratività. non serve raccontare storie, serve cercarle. Il folklore, il racconto, il mito, da soli, sono nudi, epifanie di fisiologie, lanterne magiche. sono tecniche di recupero, scavi archeologici. cantieri sotterranei, non costruzioni al cielo. spleloeologia, non alpinismo. un’opera d’arte contemporanea, non è sempre, necessariamente, un’opera di genio, domanda uno scettico? ma lo spirito, non coincide in definitiva –sulle buone frequenze- al genio? (un’opera d’anima, è un’opera di genio – ancora baudelaire). senza spirito, ci può esser racconto -e pur sbadiglio- ma non ricerca – e non tensione reale: la tensione cruda non è ancora mai sceneggiata. del genio, ciò che conta è lo spirito, e non viceversa. e il contemporaneo, sempre, è ricerca, tensione, spirito. è, sempre, quest’attitudine, figlia di una necessità a non conformarsi, a rifigurare, rivivere, ripensare, rivedere. ad andar oltre il clichè. e se la montagna, ad esempio, fosse solo la martora o il sublime, essa, nella galleria delle compiute immagini stereotipe, sarebbe povera, e ferma. ma invece, la si cerca ancora, la montagna, la natura della montagna, la cercano alcuni artisti, come anche, per esempio, la si cerca in alcune spedizioni alpinistiche in cina, o nel thien shan, dove si va a salire montagne di 5.000 metri, ancora innominate, mentre, contemporaneamente, colonne e file di centinaia d’uomini, che han letto l’autobiografia di una leggenda, timbrano all’everest, ecco perchè oggi ha senso questo pensiero contemporaneo, di mettere una montagna dentro ad un hangar, in una città, anzichenò. la si cerca ancora, certo, la montagna contemporanea, mentre intanto legioni di spiriti di superficie leggiucchiano libruzzi scribazzati sulla montagna-alla-zuava, la montagna-che-è-buona-perchè-non-c’è-più, la montagna-morta-di-pietra, la montagna dai cantoni lieti, fatta di baite e vernacoli, pipe e tramonti, boschi infestati dai profeti del tempo andato, e dal tempo in fuga, profeti che vendono questo brodo acritico e nostalgico e grigio ai festival, all’editore, al pubblico dei senza spirito. per cui, piaccia o no, l’opera contemporanea, sa a farla è uno spirito, e non uno stupido, è giusta, nell’intenzione, e necessaria. perchè essa è viva, è la traccia, o la bava, di uno spirito che c’è ancora, che cerca e che sale, e non è domo, e non riposa le sue verità ferme e fossili su uno scaffale. perchè è la mente, il soggetto dell’azione, e non la memoria (storielluzze), o il braccio (morale artigiana). la banalità di molti pantesimi, naturalismi, ecologismi – oltranzisti. che sono mimetici, e secondo i quali l’uomo, essendo natura, alla natura si dovrebbe in tutto conformare – arrendere. imitandola poi, aristotelicamente. mentre invece, se l’uomo è natura, la sua mente ne è la parte più viva, che può essere la meno coatta, e che, addirittura, nelle cose e nelle azioni, può fare natura, anziché, solo, esserla, o, solo, farne le apologie e le retoriche. che la natura venga ritenuta, o intesa, come idea trascendente o come organismo immanente, che la si voglia governata da un logos o iuxta propria principia, essa viene, appunto, intesa, ovvero passa attraverso un’idea. la natura è anche, evidentemente, natura dell’uomo, che a sua volta la guarda, e che, un poco in barba ad heisenberg, al tempo stesso è e si guarda. l’uomo può capire la natura perchè le è intrinseco, ma non coincidente. l’uomo non è solo natura: egli fa pure natura, e può l’artifizio. fare natura. fare (ed essere) paesaggi, non equivale ad imitare, o a creare oggetti. consiste, piuttosto, nell’avere una tensione morale alla verità, spirito d’azione, non d’imitazione. questo spirito, critico e guerresco e spontaneo e creativo, è lo spirito contemporaneo. opposto alla quiete, ed all’inutile cronaca dell’adesso. contemporaneo è proiezione in avanti, non cronaca di uno status quo. contemporaneo, sempre e solo, vuol dire in realtà ultracontemporaneo, e ricerca, ed esplorazione, nel presente, di ciò che è, e che potrà essere, e delle sue rappresentazioni reali e vitali e correlate e coessenti alla cosa. la natura, svolta dall’uomo nell’azione critico-artistica, non è tutta e solo determinata da cause, già data, ma è, contemporaneamente, in atto. le dolomiti, ad esempio, non sono geologia. sono un cratone (culturale), e come tale, sono in atto. la natura dell’uomo è tensione, ricerca, istinto, attenzione, scienza. senza queste passioni, e senza l’immaginazione, l’uomo è “solo natura”, biologia e chimica, come pianta, o verme. e i suoi panteismi risultano a quel punto assai superficiali, passivi. un fossile, si sa, non cerca. e la roccia è la natura, nella sua massima concentrazione, qui in quest’ambiente, in questo spazio, verticale, così la prendiamo a simbolo, concreto, della natura stessa. e il procedimento d’azione, ricerca, disvelamento, del contemporaneo, è un procedimento, anch’esso rocciuto, ed ecco i roccedimenti. non basta descrivere, fotografare, respirare. la contemplazione è insufficiente. contemporaneo è anticontemplativo. il segno critico dell’uomo, dell’uomo-natura, è un sedimento artificiale, che, come abbiamo già detto, lo distanzia visibilmente dalla felce. egli può, ad esempio, ed è importante farlo, limitare, rifiutare, i pregiudizi scolastici dei naturalismi acritici. non tutto ciò che è nell’oggi è contemporaneo. come non tutto ciò che è stato dato per arcaizzante, come ad esempio corot, o emerson, è anticontemporaneo. ogni cosa, compreso lo sguardo sulla natura, se si blocca, diviene sterile, e fasullo. ogni sguardo nuovo, creativo e critico, è definibile come contemporaneo. a chi è fermo, il nuovo appare spesso incomprensibile: chi non cerca nulla, non intende lo spirito del cercatore. sono i soggetti culturalmente abulici, che tendono, per difendere la propria atrofia, a compiere una marginalizzazione del pensiero divergente, di ciò che non si adatta comodamente a schemi mentale precostituiti. E, dal momento che tutto il pensiero originale e innovativo è, per definizione, anche in una certa misura divergente, la conseguenza di ciò è che questo genere di persone diffidano anche delle idee in quanto tali (caliandro sacco). ciò accade anche rispetto alle definizioni culturali degli ambiti e delle cose. questo è uno dei motivi per cui la montagna è spesso descritta in modo noioso e inautentico, e per cui vale senz’altro la pena costruire delle riflessioni differenti, nuove, che non si nutrano in modo retorico di idee e immagini e iconografie del passato, ma si provino a commisurare l’impegno intellettuale, critico, dell’oggi, con temi e cose, che, sempre, con l’uomo, quand’esso vuole e sa balzare, cambiano. perché cercare non è descrivere, ed avere motivazioni creative non è contemplare (in una certa misura contemporaneo è naturans). le cose, e la realtà, non sono sempre eguali a loro stesse, ma cambiano con l’uomo, quando egli agisce attraverso l’impegno e la visione. le interpretazioni della realtà possono essere, poeticamente, intellettualmente, più o meno approfondite e accurate, più o meno stimolanti. il contemporaneo è il regno dello sguardo naturale, sguardo massimamente aperto e concentrato ma non avvinto dalla cosa (natura), che, in virtù della propria tensione, sensibile ed intellettuale (rispetto ad esterno ed interno), genera un’azione di senso (interpretazione, sovrapposizione) realmente produttiva. un procedimento. rocciuto. gianluca d’incà levis, luglio 2013

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