bilico – nuovo spazio di casso – 15.09-4.11 2012

Bilico
a cura di Gianluca D’Incà Levis
15 settembre – 4 novembre 2012
Nuovo Spazio espositivo di Casso  






Artisti: Matteo Attruia, Michele Bazzana, Ludovico Bomben e Martina Ferretti, Luca Chiesura, Dimitri Giannina, Ericailcane, Gabriele Grones, Kabu, Tiziano Martini, Derek Rowleiei, Mario Tomè, Jonathan Vivacqua.    



Bilico è la prima esposizione d’arte contemporanea che Dolomiti Contemporanee realizza nel Nuovo Spazio espositivo di Casso, l’ex scuola elementare della frazione, che il 15 settembre ha riaperto, dopo quasi 50 anni dalla tragedia del Vajont, con un’idea nuova, che guarda al futuro. L’arte contemporanea rappresenta un’opzione vitale, che si oppone alla stagnazione ed all’inerzia che talvolta avviluppano e imprigionano i luoghi segnati da eventi gravi. In Bilico, alcuni concetti tradizionali, legati all’ambiente ed alla cultura della montagna, vengono declinati e rivisitati criticamente: lo sguardo contemporaneo fornisce uno stimolo rinnovativo, che si oppone all’uso stereotipo delle specificità, che sono risorse.

Il titolo di questa prima mostra prende origine dalle caratteristiche, fisiche e storiche, di questo sito particolare. La frazione di Casso, così arroccata, su un versante inclinato, sembra già in sé stessa un luogo in bilico, dall’equilibrio instabile. Un luogo sospeso, nello spazio, e anche nel tempo. Sospeso tra l’oggi, e la necessità di immaginare un domani plausibile, tra il futuro e il passato, segnato dal terribile evento del ’63. Anche nella propria storia, Casso è dunque in Bilico. L’edificio dell’ex scuola elementare, sembra riprendere oggi, nell’architettura rinnovata, questo tema, questa difficile ricerca d’un equilibrio, e di un’identità che non corrisponda solo alla memoria della tragedia, che nessuno può e vuole dimenticare, ma che non deve divorare il presente.
Il Nuovo Spazio di Casso è un’occasione, di riflessione, d’azione, per questo luogo, da questo luogo. Bilico è la prima mostra che viene realizzata in questo spazio, che riapre stabilmente, con un progetto che vuole farne un Centro per la Cultura Contemporanea della Montagna. Il progetto quindi va al di là della presente esposizione inaugurale: nei prossimi mesi, verrà costruita l’identità del Nuovo Spazio espositivo di Casso, e si inizierà a lavorare alla programmazione dei prossimi eventi.

Concept in Bilico
Lo Spazio Nuovo di Casso, nuovo perchè viene a portar via il vecchio, in un furore intelligente, e rifiuta il mutismo paralizzante della lapide, unica pietra, la lapide, rimodellata sterile (non si scalano, le lapidi). Uno spazio introverso, martoriato il perimetro, da quel fiume che schizzò su, 49 anni fa, spazio che sembra chiudersi dentro, un bunker dall’esterno, quasi un’architettura militare, carroarmato, i muri grigi, la calotta calata sopra (ma c’è il ponte, che non è un cannone). Ma lo spazio interno, sottile membrana invece da dentro, bianca cavità dai muri sottili, messo lassù, arroccato, tra cave e falesie e prati scoscesi, 14 soli abitanti rimasti, su questo alto confino, spazio che si proietta fuori d’impulso, si difende dalla sua storia e dai segni indelebili, spazio che è trascinato fuori da una forza fossile latente traente, calamitato, verso Sud, da quel taglio immane, la linea netta di distacco del Toc, linea di piano inclinato incisa con più forza ancora della linea verticale della diga, che sta sotto, che viene dopo, che, dallo spalto, pare secondaria, e dai grandi vetri dentro pure, scavalcata da questa inevitabile proiezione frontale, panica, della terrazza sospesa, un sistema di caricamento e puntamento, che guarda al disegno inciso della frana, comedipinto e grafico, è quello, sasso snudato, liscio cuore scoperto, levata via la pelle verde, uscito di sotto l’osso bianco morso dal sole, a far muto e sospeso tutto lo spazio formidabile attorno, il dominio riflessivo del silenzio, l’orecchio girato al vento, a catturarlo, come se l’onda fossile potesse tornare, orecchio teso a catturarla, anche senza volerlo, e si respira a fondo, lì sopra, dal ponte, e si può sorridere anche, i pontili sono luoghi di partenze e ripartenze, si può sorridere piano, quando si pensa al nuovo, che può venire, che viene, che sale. Quest’attesa, e quel moto da sotto, di terra instabile. 
E’ tutta una teoria di equilibri, e disequilibri soprattutto, che si prendono e incrociano e innestano, e fan vacillare le ortogonalità e le stereometrie e l’impatto volumetrico statico del Nuovo Spazio, che si muove. Disequilibri e disassamenti e ripartizioni di carichi e disallineamenti ed eccentricità e verticalità in traslazione e slittamento. L’equilibrio problematico è un bilico. La crisi viene da un movimento, che scaccia la stasi, e porta un vento. Salire, scalare, arrampicare, scivolare, cadere, precipitare, delle pietre, dei pensieri, degli uomini, che sono i pensieri, in atto. Pratiche, e azioni (dal pensiero), che comportano perdita, ricerca, allontanamento, scostamento, distacco, arbitrarietà. Ogni azione creativa è un’obiezione, innaturale, antiorganica, alla stabilità, all’equilibrio, alla ripetizione dei processi, alle coazioni naturali, all’autonomia indifferente di natura e paesaggio. Venire a turbare gli equilibri, a mettere in gioco i significati. Cos’è altrimenti l’agire, e l’agire artistico? Azione confortante d’ornamento e decoro? Ogni azione creativa è critica. E’ reattiva. E’ rifiuto e abbandono dello stato di quiete. E’ guerra. E’ una gamba sola, che scarta. E’ bilico. La stessa attesa, nel silenzio del ponte, non è statica. L’attesa è uno scompenso proiettivo e l’ansia, o la memoria, o l’attenzione, per un momento, d’un eco. E la memoria del moto stesso, che scosse e portò giù. E poi vengono tutti gli altri modi e modelli del disequilibrio, che qui si avvolgono gli uni sugli altri, a moltiplicarsi, in questo immobile vortice di Casso.
Il bilico, l’instabilità, che è incertezza, e come tale, anche, nuova possibilità, possibilità del nuovo. Il rifiuto d’inerzia porta questo scompenso, porta, in qualche modo, un assoggettamento alla gravità, che è un innesco. Chi sale cade, può cadere. Le pareti, il salire, lo scendere, il precipitare, il porsi sulla soglia, il travalicare la soglia. Lo spazio stesso muove, eleva o precipita: lo spazio nuovo, aperto e libero. Ma libero da cosa? I vincoli; la storia, lo spazio stesso, che libera e guida, muove e costringe, fa sgorgare e condiziona. Ma prima, la stessa prospettiva dell’uomo, e del senso del suo essere, non è che bilico: l’equilibrio tra la realtà di ciò che c’è, o che dovrebbe esserci, e l’interpretazione soggettiva di chi ne ha coscienza, una coscienza che entra nel processo di rappresentazione, di definizione, della realtà stessa della cosa, che contribuisce a fare la cosa, che è la cosa (perlomeno da Berkeley in poi). Sebbene i valori siano sempre oggettivi, altrochenò, un’algebra, soprattutto estetica, altrochegusti, quelli sì sono equilibri equivocabili, fragili, friabili.
L’ex Scuola elementare di Casso è un luogo speciale, ultrasensibile, supercaratterizzato, vincolato al tempo (ad un tempo) e perciò fuori dal tempo e imprigionato a quel tempo ed a quella storia particolare, sì, ma solo in parte: solo in parte contenuto nei segni rimasti. Bisogna scostarlo, muoverlo. Rialimentare il bilico. C’è un’altra parte, ora, da fare. Dentro all’edificio (e fuori, per proiezioni) c’è il vuoto, bisogna fare un altro vuoto, per poter respirare quell’esterno. Navicella. Non per niente abbiamo quella grafica; 2001: il monolito a secco, a scalar via l’odissea, per verticali.
Gianluca D’Incà Levis, 15 agosto 2012, Taibon Agordino  


qui la recensione della mostra pubblicata su artribune

qui il video sulla mostra al Nuovo Spazio di Casso

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